Diavoltaire

Non fiori ma opere di bene

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Il pareggio al novantasettesimo nel derby è stato il degno finale di una storia a dir poco emozionante, il romanzo della settimana più importante, per il Milan, da almeno dieci anni a questa parte. Difficile ipotizzare un inizio migliore, sul campo, per una nuova avventura che, nell’immaginario collettivo rossonero – ormai decisamente distorto – viene accettata con malcelata diffidenza e con inopinata nostalgia di tempi già troppo lontani per le logiche del calcio. Mi sarebbe piaciuto affrontare questo discorso senza riferimenti a chi, dopo 31 anni, ha passato il testimone. Tuttavia, non è intellettualmente corretto accettare, passivamente, certe travisazioni della realtà, in ossequio ad una nostalgia eccessiva e, per quel che riguarda gli ultimi anni, immotivata. La riconoscenza è sicuramente un valore, ma nello sport (e in particolare nel calcio), non può cristallizzare i momenti ed anestetizzare il pensiero critico. Di fronte ad un Milan con il secondo fatturato in Italia, con un fatturato tra i top Europei fino a non molti anni fa, con un proprietario sistematicamente nelle prime centinaia di posizioni tra gli uomini più ricchi del vecchio continente (quantomeno), sono stucchevoli le giustificazioni e le pantomime dei giorni scorsi. La tesi del “povero” Berlusconi, costretto da non si sa bene quali fattori esogeni a non poter più investire nel Milan, non può passare in cavalleria. Semplicemente perché è una fandonia. La più grande colpa di quello che probabilmente verrà ricordato, a ragione, come il più grande Presidente di una delle più gloriose squadre di questo sport, è stata quella di venir meno al concetto di squadra-azienda, da lui stesso introdotto, con grande lungimiranza, al momento del suo insediamento. Inaccettabile e ingiustificabile aver portato il Milan ad un declino tecnico e di valori di tale portata, proprio a fronte dei tanti soldi comunque immessi anche quando – troppe volte, ahinoi – non c’è stata una campagna di rafforzamento della squadra degna di tal nome. E mi scuseranno i fanboys di vecchia e nuova generazione se proprio non riesco ad essere grato a Fininvest per aver messo ogni anno circa 70 milioni di euro – dicono – per ripianare i debiti. Debiti che, per inciso, erano opera di un dipendente di Fininvest stesso e che, inspiegabilmente, a fronte di un lavoro disastroso e reiterato su più anni, è sempre rimasto saldo al suo posto, fiero e sorridente per i propri disastri, impuniti. Contro ogni normale logica aziendale, per l’appunto. Sarà stata la vecchiaia, il lassismo, gli impegni, le varie cause in cui la holding di casa Berlusconi è stata coinvolta in questi anni, ma l’operato dilettantesco non ha giustificazioni, mai. A maggior ragione se viene messo in atto da chi ha dimostrato di saper fare ben altro, dominando la scena sotto ogni aspetto con competenza e lucidità per tanti anni. Eppure, sarebbe bastato poco per giungere a questo punto senza alcun rancore, né amarezza. Sarebbe stato sufficiente presentare un qualsiasi tizio impomatato in giacca e cravatta, delegato da Fininvest, in sala stampa, con poche e semplici parole: “Non abbiamo più voglia, né modo, né tempo di investire a perdere nel calcio che non è più una nostra priorità. Andremo avanti con giovani del vivaio fino all’arrivo di un’offerta seria per passare la mano. Sostenete la squadra in ogni caso perché faremo comunque del nostro meglio per non farvi mai vergognare di questi colori”. Invece si è scelta la strada delle menzogne e del menefreghismo. Un vero peccato.

 

Fatta la debita premessa, veniamo ai nuovi proprietari. Cinesi, un po’ americani, un po’ italiani, possibilmente interisti, per non farci mancare niente. Morti di fame, giocatori d’azzardo, delinquenti da quattro soldi, ladri di galline. Gente che si è fatta prestare i soldi, quindi non ne avrà, sicuramente, per il mercato. E ve lo posso giurare, perché me lo ha detto il cugino della nonna del panettiere sotto casa. Assiomi e sillogismi imperanti che si susseguono ininterrotti, senza sosta. Fa sorridere che nel bailamme di questi due anni (circa) di trattativa, la tifoseria si sia di fatto trasformata in una massa di esperti di finanza, marketing, holding, conti offshore, geopolitica, tassi di interesse. Addirittura ho potuto leggere di profondi conoscitori delle manovre più segrete e recondite del governo cinese, una delle strutture più complicate che possano esistere al mondo. In tanti hanno cavalcato l’onda, creandosi il proprio personaggio, in una scala che oscilla dal patetico al ridicolo, prendendosi gioco, facilmente, di una tifoseria senza dubbio stremata dalle umiliazioni e dal profondo senso di impotenza. Ma tutto questo, ancora una volta, non si può accettare. Nessuno, ovviamente, chiederà scusa e, anzi, a fronte delle parole chiare e precise di Fassone in conferenza di presentazione, la “linea editoriale” non è cambiata. Fedeli alla linea, contro ogni evidenza e contro ogni ragionamento logico. Ormai è un motto di cui farsi un vanto, una medaglia da appuntare con fierezza al petto, di fronte ad una platea stordita, che raramente riesce a mantenere lucidità di pensiero e di analisi. E così si intrecciano i prestiti di Elliot con i debiti del Milan (mentre, invece, i debiti con le banche sono stati immediatamente saldati, con la possibilità di apertura di nuove linee di credito, anche più vantaggiose); si fa finta di ignorare il piano gestionale illustrato dal nuovo amministratore delegato, con tutte le attività collaterali volte ad aumentare il fatturato e a sostenere le spese di gestione con tranquillità e con margine per muoversi sul mercato; si fa finta di ignorare la presenza di Lu Bo, Direttore Generale di Haixa Capital (fondo a partecipazione statale, di quel governo cinese che i personaggi di cui sopra davano per certo fuori dall’operazione), nel nuovo CDA rossonero; si fa finta di ignorare la grande credibilità, professionalità e serietà garantita dalle figure italiane scelte all’interno del consiglio di amministrazione stesso. Laddove bisognerebbe essere preparati, con una fitta coltre di pelo sullo stomaco, ci si trova invece di fronte ad una estrema recettività ad ogni spiffero, soffio, voce che sia dubbiosa e negativa sul nuovo corso, e, viceversa, assolutamente sordi di fronte a prospettive più rosee che, pure, di fondamenta solide ne hanno a sufficienza. È chiaro che, a questo punto, mi tocca specificare che non credo, a prescindere, che da giovedì 13 aprile il Milan sia ufficialmente rinato, che in estate si spenderanno 200 milioni, che arriveranno dieci fenomeni assoluti, che si vincerà subito lo scudetto, la Champions League e ogni trofeo possibile e immaginabile da qui ai prossimi dieci, venti o trenta anni. Il percorso è lungo, pieno di ostacoli, insidioso, e reso, paradossalmente, ancor più difficile dalle parole ferme e sicure di Marco Fassone. Perché tutti, io per primo, adesso aspetteranno al varco, come è giusto che sia. Ma quello che è cambiato, rispetto all’andazzo della vecchia proprietà, è l’aver illustrato un progetto, delle idee, una volontà chiara e precisa, nelle intenzioni, di riportare il Milan nel posto in cui merita di stare. Non ho sentito né “siamo a posto così”, né “se non esce nessuno non entra nessuno”, né “ultracompetitivi”, né “A Natale saremo davanti alla Juve”, né “seguiamo i migliori cento giUovini del pianeta calcistico”.

Viceversa ho sentito, con molto piacere, una conferma piena e totale dell’artefice di questa stagione non esaltante ma sicuramente importante, Vincenzo Montella. Il cui destino, con la vecchia proprietà, sembrava essere, ancora una volta, quello degli allenatori degli ultimi anni, costretti a fare di necessità virtù e finiti poi puntualmente sotto il fuoco incrociato della critica, alimentato dall’interno, di fronte alle prime difficoltà. Anche qui devo parlare chiaro: non sono mai stato un fan di Montella, in quanto gli attribuivo grossi limiti proprio dal punto di vista caratteriale e della personalità. Devo scusarmi con lui, e fare mea culpa, perché invece sono stati questi gli aspetti di forza della sua gestione, che di per sé costituiscono garanzia sufficiente di riconferma. A questo si aggiunge che la scelta di dare continuità alla gestione tecnica, in maniera netta e granitica, sottolinea idee chiare da parte dei nuovi arrivati. Partire da una certezza, quella del tecnico e della sua visione di calcio, magari condividendo (sul serio, e non a chiacchiere come in passato) e pianificando con lui il futuro, è sicuramente un vantaggio. La ricostruzione tecnica della squadra parte sicuramente da qui, e dalle belle speranze dei tanti giovani che proprio grazie al lavoro di Montella hanno trovato spazio e hanno dimostrato di essere all’altezza, pur tra alti e bassi, normali in giovane età. Sarà fondamentale innestare qualche profilo di esperienza, per aumentare il carisma all’interno dello spogliatoio e indicare la strada giusta da seguire ai giovani virgulti. Di certo non sarà facile (e probabilmente neanche possibile) indovinare tutti gli acquisti: nel frattempo, avere la consapevolezza che, stavolta, ci sarà un mercato degno di tal nome è già un enorme passo avanti.

Eppure, il compito più arduo che grava sulle spalle di questa nuova proprietà, sarà quello di ricostruire i tifosi, ancor prima della rosa a disposizione di Montella. Il milanista deve rinascere, concettualmente. Tornare ad amare la squadra e i calciatori, ritrovare l’orgoglio e l’appartenenza accantonando il dileggio spontaneo di sé stesso e dei propri colori. Smettere di seguire i capipopolo di turno, che a suon di hashtag e nomignoli sbraitano contro tutto e tutti, spesso, purtroppo, a prescindere e per mero gusto polemico. Valutare le “fonti” che ogni giorno sparano notizie, la maggior parte inventate o dettate da precise logiche di destabilizzazione dell’ambiente, con il giusto distacco e la giusta dose critica. Tornare, semplicemente, ad essere, campanilisti e in grado di difendere, tutti insieme, uniti, il fortino rossonero. Senza i vergognosi ammiccamenti agli avversari di sempre, acerrimi rivali non per caso, e senza dar credito né, soprattutto, visibilità, a chi ha fatto del terrorismo mediatico sul Milan la propria ragione di vita, trovando terreno fertile grazie al disimpegno di quella proprietà per cui molti versano lacrime. E questo monito, questo appello, è più che mai valido oggi, e fino al primo successo (che mi auguro possa arrivare il prima possibile) del nuovo corso rossonero, perché quello che si leggerà e si sentirà in giro da qui al ritiro, o alla prima sconfitta, o alla prima brutta partita, o alla prima difficoltà, è già scritto. Ed è fondamentale, almeno stavolta, imparare dagli ultimi anni e non cadere in questa viscida e infida trappola, per non stare al gioco di chi vorrebbe continuare a vedere, per sempre, un Milan dismesso e innocuo.

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